L’albero della Storia  di Roberta Arcelloni

Omicidi reali o immaginari di padri e madri, di mogli, di amanti, di figlie, di amici, messi in atto con veleni, vanghe, coltelli, pistole e poi suicidi di gruppo, prostituzione, alcolismo, droga, corruzione: è un continuo gioco al massacro quello condotto, con una certa irridente disinvoltura, dalla generazione di questi drammaturghi trentenni dell’est d’Europa. Una generazione che si apprestava ad entrare nell’età dell’adolescenza, quando a Berlino, dalle macerie multicolori del muro, per via dei graffiti giovanili, si levò l’enorme polverone di speranze e aspettative. Una generazione cresciuta fra due crolli: il primo avvenuto nel cuore dell’Europa e accompagnato da grida e canti di giubilo, e perfino dal violoncello di Rostropovic, il secondo, quello del gigante sovietico che sorgeva grigio e torvo oltre quel muro, rovinoso e drammatico. Senza lasciare a terra una sola pietra su cui ricostruire, ma solo detriti. Ed è stato camminando sulle rovine di ciò che i propri genitori avevano costruito – sotto un giogo pesante e con sacrifici spaventosi mai ricompensati – che questi giovani, ormai autorizzati a desiderare secondo i valori del libero mercato, si sono avviati a vivere in democrazie largamente imperfette.

Nel gruppo di testi scelti per questa rassegna, nel tentativo di aprire un primo varco alla nuova drammaturgia di alcune nazioni dell’ex patto di Varsavia che oggi, a esclusione naturalmente della Russia, fanno parte, o lo saranno a breve – è il caso della Romania -, dell’Unione Europea, salta subito agli occhi la mancanza assoluta della prospettiva del futuro. Si raccontano piccole storie presenti, spesso attraversate da una vena surreale e umoristica, in cui la violenza anche quella estrema che porta alla morte è ordinaria, scatenata da ragioni banali – lo vediamo nella serie di delitti ricostruiti dalla polizia in Recitare la vittima dei Fratelli Presnjakov – o da impulsi scatenati da danze “dionisiache” contemporanee – la moglie fatta pezzi dal provinciale che vive ascoltando musica con gli auricolari in Ossigeno di Ivan Vyrypaev – o ancora, impossibilitata a realizzarsi per accidenti metaforici – la sedia elettrica che non funziona per esaurimento delle risorse energetiche della nazione nell’Angelo elettrico del rumeno Radu Macrinici. E alla violenza è strettamente legato l’amore, un sentimento quasi sempre rappresentato nei suoi aspetti più istintuali e bestiali, e quindi incostante, imprevedibile, occasionale, fragile. Per un uomo la relazione ideale può rivelarsi al massimo quella con una bambola gonfiabile, che poi inaspettatamente diventa una donna vera, come in Storie di ordinaria follia del ceco Petr Zelenka. E per una giovane donna la vendita del proprio corpo è spesso l’unica via all’indipendenza economica – la commessa licenziata per aver fumato sul luogo di lavoro in Ipermercato dello slovacco Viliam Klimacek e la ragazza romena che vede presto bruciata la sua illusione di trovare un’occupazione decente in Irlanda in mady-baby.edu di Gianina Carbunariu. Oppure la donna è solo il termometro del potere, della carriera che due guardalinee e un arbitro frustrati e corrotti, in Spinaci e patatine fritte dell’ungherese Egressy, si giocano negli spogliatoi, mentre fuori sul campo la partita – la vita – si scatena senza nessuna lealtà.
La paura di questo mondo in cui è sovrana la volgarità, può spingere a cercare rifugio nel chiuso di una stanza, dove, come accade in Viaggio all’interno di una stanza del polacco Michal Walczak, si compie un doloroso e irreversibile cammino verso la paranoia.

Ma, in queste vicende pur molto diverse fra loro, non ci sono aperture sul fuori, sulla storia, su un qualsiasi orizzonte “altro”, delle vicende passate dei propri paesi non si parla (o accade che le si astragga fortemente, sempre con una distorsione grottesca, facendole trapassare in simbolo come nel testo della slovacca Eva Maliti Franova Il sogno di un Visionario), i personaggi sono tutti impegnati in una lotta per la sopravvivenza fisica, certo, ma anche morale, spirituale, che non permette di gettare uno sguardo alle proprie spalle.
Con un’eccezione, il testo di György Spiró, Quartetto, l’unico fra gli autori scelti appartenente alla generazione del dopoguerra, e non a caso il solo fortemente politicizzato (i fatti del ’56 – l’invasione dell’Ungheria da parte dell’Unione Sovietica – sono al centro di un serrato, brutale confronto fra diverse e inconciliabili memorie, i ricordi di chi è restato in Ungheria e quelli di chi se n’è andato nella capitalistica America), che si è voluto presentare, non solo per le indubbie qualità intrinseche della pièce, ma anche per offrire una sorta di antefatto alla disillusa drammaturgia dei più giovani. “L’albero cattivo dà frutti cattivi”, fu detto agli antichi, ricorda nel suo testo, tutto scandito sugli insegnamenti evangelici, il siberiano Vyrypaev, che si domanda: “Che si può dire allora dell’albero Dio?” Già che si può dire? E dell’albero Storia della fine del secolo scorso, allora? “Lo riconoscerete dai suoi frutti”, è stato scritto.

Roberta Arcelloni

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