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12 febbraio 2007

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teatro valdocaPaesaggio con fratello rotto
Teatro Valdoca

Recensione di Anita Miotto

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assassinio nella cattedraleASSASSINIO NELLA CATTEDRALE, UNA MORTE PER STRAZIO
di Katiuscia Magliarisi

Assassinio nella cattedrale è la morte della scena e della recitazione. Morta pure questa col cerone.

Un testo intenso, pieno di efferatissimi balzi verso una lirica che sottrae, strappa l’attenzione dalla noia dell’allestimento. Ma non basta, avrei potuto leggermi il libro restando in pantofole comodamente a casa.
Una liturgia esasperata che, purtuttavia, non riesce ad eccedere, si ferma, non decolla ne’ affonda ma si consuma nella sala, sulla scena del martirio del povero arcivescovo di Canterbury, povero perche’ indottrina ostia ma regala noia. Un’ansia che non cresce con l’attesa di una morte annunciata. E non sono certo i figuri negli eleganti costumi dal tono alcuni pieno e altri sfumato come quello delle campiture del brano, che aiutano la piéce, ma decrescono, si sbiadiscono.
Ora perche’ tant’odio? Non è astio verso Pietro Carriglio, che ha curato scene e regia, ma amore per un’opera che con tale raffinatissima traduzione di Giovanni Raboni poteva far tremare gli affreschi della volta del teatro. Li avrebbe fatti forse danzare tutto il tempo, certo una danza macraba, una marcia funebre anticipata, a tratti mistica, ma che si fa pur ballando col coro!
E invece, a questo statico spettacolo gli si possono concedere, e senza parsimonia, solo alcuni brevissimi attimi, istanti di felice riuscita.
Quanto la similitudine del nome dell’arcivescovo con l’autore di Aspettando Godot e quanto l’idea di far esprimere in un intimo stridente urlato soliloquio l’attrice da un buco ricavato, siano stati un omaggio ai giorni felici Beckettiani, io non so. Ma me lo sono chiesto, perche’ l’immagine a cui rimanda è esattamente quella. Non so se il regista vi è inciampato, in modo accidentale. Involontario. Ma riconosco, oltre al gioco della quasi omonimia, nella buca scavata del monologo forse l’unico artifizio teatralmente riuscito.
Era interessante vedere dal loggiato il mezzo busto femminile incastonato, che, come si e’ appena detto, riporta all’opera ai piu’ nota nella celeberrima versione strehleriana.
Da salvare mettiamoci anche la persistenza emotiva del coro nel pronunciare il verso “vivendo e in parte vivendo”. Iinfine il bisbiglio seccato, spazientito, dell’arcivescovo che dopo l’ennesimo invito alla tentazione si allontana farfugliando parole, ma un vero farfuglio, un farfuglio onesto, sentito!
Questi gli unici squarci di luce o di buio profondo, a piacere, che personalmente meritano di essere considerati arte del teatro.
Peccato che per un tale numero di attori con un siffatto ronconiano allestimento che vomita nella platea tutto il posticcio di un panorama severamente immaginato (senza troppo giustificarlo), peccato che a tutte queste energie umane ed ecomomiche non sia corrisposto un risultato degno. Ma noia, liturgica noia. Sia forse questo il senso? Preferirei morire facendo ridere invece che tediando.

ASSASSINIO NELLA CATTEDRALE
Teatro Argentina
dal 7 al 22 dicembre 2006
di Thomas Stearns Eliot
Scene e regia Pietro Carriglio