malatheatreMalatheatre è un progetto teatrale che attraversa i generi, tutti i generi; e per generi non si intende necessariamente i generi teatrali; si muove attraverso la memoria, le memorie: del cinema e della musica, delle arti figurative, dell’opera buffa e del teatro dialettale, della poesia e così via, senza esclusioni fino all’aneddotica passando magari per la filosofia morale.
Lavora sulla composizione armonica di elementi molto diversi tra loro, spesso solo in apparenza incompatibili, appartenenti ad epoche e storie molto differenti, che trovano però all’interno del quadro totale la loro ragione d’essere, per acquisire significato e senso, spesso un senso altro, un senso imprevisto. È teatro antico e moderno, antico perché non rinnega la storia, moderno perché della storia non accetta la logica lineare, non accetta la logica secondo la quale il “prima” viene inevitabilmente prima del “dopo”: mette tutto insieme e contemporaneamente, visioni parallele della stessa realtà senza tempo, guarda alla realtà stesa come senza tempo.
Malatheatre è il teatro del presente assoluto, uno spazio vuoto dove la storia che si racconta, che non sarà mai soltanto una, si mostra per inquadrature, dove l’occhio dello spettatore è costretto a comportarsi come una cinepresa, è costretto a scegliere tra campi lunghi e primissimi piani, obbligato a brusche zoomate su particolari seminascosti sullo sfondo, condannato a doversi sforzare, a cercare con l’occhio ciò che gli interessa, a temere di aver perso qualcosa di importante, di fondamentale. Usa come mezzo espressivo il teatro perché è l’unico in cui la realtà coincide con il presente, e il presente in azione non ha tempo di organizzarsi in storia, non ha “il tempo”, e dunque invece della logica rassicurante di una storia in progressione, che ci si aspetta abbia una morale, che si pretenda abbia una morale, segue la logica dell’intuizione, che di morale non ne ha nessuna o molte.
Malatheatre si appropria di qualunque arte serva al proprio scopo, di qualunque materiale scenico, di qualunque coincidenza, di qualunque aneddoto getti un bagliore di luce su uno strano caso avvenuto, per esempio, cinquecento anni fa, e che abbia attinenza, per esempio, con un altro fatto avvenuto cinquanta anni fa, per costruire l’ipotesi che qualcosa del genere avverrà tra cinque giorni. Mette in scena il mito, con tutte le sue caratteristiche peculiari, e tra queste la principale, il suo essere letteratura e cioè essere contemporaneamente “non ancora” e “già stato” letteratura, il suo poter essere raccontato in qualunque modo si voglia e con qualunque linguaggio senza smarrirsi nel linguaggio, nella forma. Non scrive per il teatro, si lascia scrivere sul palcoscenico dal cinema degli anni ’50 con la collaborazione dei poeti religiosi del ‘200, spinge fuori a forza dall’oblio le voci dei cantanti degli anni ’60, e li costringe a fare da sottofondo radiofonico nella bottega dove Caravaggio sistema cadaveri in posa, incurante del puzzo, canticchiando nel cercare di fare almeno un quadro che non venga giudicato tanto indecente da non essere degno dell’altare, e tanto bello da finire nelle stanze private del cardinale, usa il play back sfacciatamente e le basi registrate se gli attori non hanno voce, e pure se ce l’hanno, tanto è il gusto che prova a resuscitare Hitchcock, Welles, e anche quella sconosciuta che faceva la Volpina con Fellini.

 

www.malatheatre.com

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