Addio a Danièle Huillet, compagna di Straub

12 ottobre 2006

straub and huilletAddio a Danièle Huillet, compagna di Straub
Alberto Crespi l’Unità

Aveva solo 70 anni ed è scomparsa in Francia, in un paesino della Vandea (i funerali venerdì a Parigi).

È una notizia che è giunta inizialmente per vie non ufficiali, e che ci riempie di dolore: è morta Danièle Huillet, compagna di vita e d’arte di Jean-Marie Straub.

Era nata a Parigi in un giorno bellissimo, il Primo Maggio (del 1936). Aveva solo 70 anni ed è scomparsa in Francia, in un paesino della Vandea (i funerali si terranno venerdì nella capitale francese).

Danièle e Jean-Marie vivevano, da molti anni, in Italia: a Roma, nella borgata del Trullo che nelle ultime settimane è stata «agli onori» delle cronache per crimini legati all’immigrazione, e non per il fatto – ignorato da molti, soprattutto dai «grandi» giornali – che nel quartiere abitavano due fra i più grandi artisti che l’Italia abbia mai ospitato. L’ultimo film di Straub-Huillet (scritti così, come fossero un regista solo, e in qualche misura lo erano – pardon, lo sono) si intitola Quei brevi incontri ed è passato in concorso a Venezia poco più di un mese fa. Loro, al Lido, non c’erano: perché Danièle stava già male, per il cancro ai polmoni che se l’è portata via.

Qualche anno fa il Torino Film Festival aveva loro dedicato una bellissima retrospettiva curata da Roberto Turigliatto: lì, erano venuti, ma quasi controvoglia, e si erano concessi con parsimonia al rito festivaliero delle interviste. Il loro cinema è forse il più lucido, il più teorico, il più «razionale» che esista, ma a loro non piaceva – non piace – spiegarlo: ritengono di fare un cinema tutt’altro che intellettuale, anzi, di girare i veri film per il proletariato, vocazione a cui li vota il loro integerrimo, eroico, romantico modo di essere marxisti e comunisti. Ciò non toglie che intervistarli – cosa che abbiamo fatto molte volte, dagli anni ’70 ad oggi – era una delizia: era quasi sempre Jean-Marie a parlare, ma cercando l’approvazione di Danièle che puntualmente arrivava, tenera e innamorata come nei primi giorni della loro storia che era iniziata a Parigi, all’università, tanti anni fa.

Jean-Marie (classe 1933) giungeva nella capitale dalla natìa Metz: un giovanotto combattivo e un po’ «rustico» rispetto alla raffinatezza tutta parigina di lei. Si sono visti, si sono messi insieme, non devono mai essersi lasciati per più di poche ore. Hanno fatto tutti i loro film (dall’esordio di Machorka-Muff, nel 1963) in coppia, dividendo regia, sceneggiatura, montaggio. Si ispiravano sempre a testi letterari e/o musicali, spesso italiani: il Pavese di Dalla nube alla Resistenza e dell’ultimo Quei brevi incontri, il Vittorini di Sicilia! e di Operai e contadini, il Fortini di Fortini/Cani. Hanno realizzato i film più critici e più radicalmente politici del dopoguerra, e alcuni di essi (Lezioni di storia da Brecht, Mosè e Aronne da Schonberg, la stupefacente Cronaca di Anna Magdalena Bach, Rapporti di classe ispirato ad Amerika di Kafka) sono capolavori assoluti.
Ma stop!
Questo non dev’essere il necrologio di Straub-Huillet, perché Jean-Marie è vivo e tutti dobbiamo aiutarlo ad andare avanti anche per Danièle. Questo è il ricordo di una donna simpatica, intelligente, meravigliosa.

Ieri il regista pisano Paolo Benvenuti, che è stato loro collaboratore in molti film da Mosè e Aronne in poi, ci raccontava che Danièle preparava i set con l’amore che si usa per preparare il cibo ai figli, sublimando nel cinema la propria, vana voglia di maternità. A noi piace ricordarla circondata da un branco di gatti nella casa del Trullo, mentre Jean-Marie metteva in atto il consueto, intimidente rito delle fotografie necessarie per illustrare l’articolo che avremmo scritto per l’Unità. Quelle foto corrispondevano sempre rigorosamente ai fotogrammi (niente fotografi di scena sui set di Straub-Huillet!) e Jean-Marie ci ordinava mille volte di ordinare, a nostra volta, al grafico di non tagliarle. E Danièle, mentre nutriva un gatto o sbrigava qualche faccenda, ci sorrideva e chiosava con la sua «erre» francese: «Perché Jean-Marie ha già fatto l’inquadratura», come a lodare un figlio un po’ discolo ma geniale.
Ciao, Danièle: stai vicina a Jean-Marie, dovunque tu sia.

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