“il gioco serio dell’Arte” – a Roma dal 9 ottobre

5 ottobre 2006

Dal 9 ottobre all’ 11 giugno 2007, ogni lunedi del mese a Palazzo Barberini, otto opere d’arte dei più grandi artisti italiani (da Bernardino Mei e Giovanni Lanfranco, attraverso Caravaggio e Gian Lorenzo Bernini) di un’epoca tra le più emblematiche nella storia dell’uomo – il Seicento – verranno commentate, esplorate, interrogate giocosamente.

In ogni eventodichiara Massimiliano Finazzer Florydaremo voce e volto ad un’opera d’arte perché essa possa raccontarci la sua verità, offrendo così una sorta di Abbecedario e assegnando ad ogni opera una lettera segreta.
Attrici di teatro come Paola Gassman, Laura Marinoni, Ottavia Piccolo e intellettuali di rilievo nazionale quali Giulio Giorello, Remo Bodei, Maurizio Calvesi e Piero Coda reciteranno e commenteranno con noi – continua Finazzer Flory – per indagare, incalzare, interrogare fino in fondo “alcuni misteri ancora presenti sulla superficie di queste tele.

Evento Straordinario “M come Meditazione: incontro con Gianfranco Ravasi”

PROGRAMMA


Il Gioco serio dell’Arte

rassegna culturale ideata e condotta da
Massimiliano Finazzer Flory

dal 9 ottobre 2006 all’11 giugno 2007
il lunedì alle ore 18.30

Galleria Nazionale di Arte antica
Palazzo Barberini, Roma

LUNEDI’ 9 OTTOBRE 2006

“F come Fortuna”

Allegoria della Fortuna di Bernardino Mei

interviene Giulio Giorello

letture teatrali da: Dante; William Shakespeare; Bruno De Finetti
con Paola Gassman

Allegoria della Fortuna mei
Allegoria della Fortuna, olio su tela, 179 x 271 cm

In greco la Fortuna è Tyche, in latino è divinità che porta lo stesso nome.
Fortuna: “Colei ch’è tanto posta in croce pur da color che le dovrien dar lode” non è soltanto cieco destino. Ma la si può dividere facilmente in buona e cattiva sorte.
Ogni cultura antica e moderna l’ha raccontata e rappresentata con diverse accezioni e sfumature. Scommessa con il futuro e con il passato. Filosofica e scientifica.
Perché fortuna può essere anche matematica dell’incertezza, calcolo plausibile delle possibilità…

Il capolavoro del senese Bernardino Mei, pittore capace di un’importante sintesi tra naturalismo e classicismo, tra le figure monumentali e una struttura compositiva grandiosa, presenta una complessa allegoria realizzata probabilmente per Flavio Chigi.
Imperturbabile alla bramosia delle umane ricchezze il filosofo si rende libero ai capovolgimenti della buona o cattiva Fortuna.

Bernardino Mei (Siena 1612 – Roma 1676)
La fortuna di Bernardino Mei, allievo di Rutulio Manetti, è in larga parte dovuta all’abilità e al potere del suo protettore, Fabio Chigi, rappresentante della famiglia senese che seppe elevare l’artista dall’oscurità della provincia alla fama della capitale. Diventato papa col nome di Alessandro VII, nel 1657 Chigi chiama Bernardino Mei a Roma, dove questi si integra all’Accademia di San Luca e dipinge quadri di soggetti religiosi e profani per il papa e suo nipote, il cardinal Flavio Chigi. Mei raggiunge la maturità artistica grazie alla conoscenza della pittura romana contemporanea e della scultura di Bernini, slacciandosi dallo stile senese e abbracciando ritmi e forme più complesse e in movimento. La sua opera è considerata un’ottima sintesi del classicismo e dell’ultimo periodo barocco in voga a Roma, dove muore nel 1676.

LUNEDI’ 13 NOVEMBRE 2006

“S come sacrificio”

Sacrificio di Isacco di Orazio Riminaldi

interviene Remo Bodei

letture teatrali da: Antico Testamento (Genesi); Seneca
con Patrizia Zappa Mulas

sacrificio di isacco riminaldi
Sacrificio di Isacco, olio su tela, 149 x 229 cm

È una delle scene che più hanno coinvolto filosofi, teologi e scrittori intorno alla giustificazione del sacrificio di un figlio. Il racconto biblico di Abramo e Isacco si svolge all’insegna della rassegnazione carica d’angoscia e della fede totale. Con differenze non marginali tra le tre religioni monoteiste: ebraica, cristiana, islamica.
In un paesaggio morale prima che fisico dove l’angelo ferma il braccio di un padre sollevato contro il proprio figlio, sostituito solo all’ultimo con un ariete.
Perché? Quale significato simbolico? Quale monito?

Importante testimonianza della produzione di Orazio Riminaldi, quest’opera fu realizzata per Annibale Mattei nel 1625.
Non vi è compiacimento violento né indulgenza all’orrore, ma una sintesi tra l’esperienza del realismo e del barocco e una tendenza a mettere in risalto gli elementi caravaggeschi con l’atteggiamento del naturalismo tipicamente toscano.

Orazio Riminaldi (Pisa 1593 – 1630)
Orazio Riminaldi, toscano, durante i lunghi soggiorni a Roma apprende gli insegnamenti caravaggeschi da Orazio Gentileschi e dal Manfredi insieme ai modi classici di Reni e Lanfranco, mediando in maniera sapiente e originale le due tendenze. Ma è soprattutto sulle orme di Lanfranco che Riminaldi compie la sua opera maggiore, la cupola del Duomo di Pisa, rimasta incompiuta.
Orazio Riminaldi, toscano, durante i lunghi soggiorni a Roma apprende gli insegnamenti caravaggeschi da Orazio Gentileschi e dal Manfredi insieme ai modi classici di Reni e Lanfranco, mediando in maniera sapiente e originale le due tendenze. Ma è soprattutto sulle orme di Lanfranco che Riminaldi compie la sua opera maggiore, la cupola del Duomo di Pisa, rimasta incompiuta.

LUNEDI’ 4 DICEMBRE 2006

“D come donna”

Beatrice Cenci di Guido Reni

interviene Eva Cantarella

letture teatrali da: Stendhal, Percy Bysshe Shelley, Alberto Moravia
con Ginevra Notarbartolo

beatrice cenci di guido reni
Beatrice Cenci, olio su tela, 64,5 x 49 cm

Un fatto di cronaca realmente accaduto. Una morte che potrebbe ancora far discutere, emblematica, dalle molte contraddizioni private e pubbliche.
Una ragazza, ritratta in mezzo busto, con il viso rivolto allo spettatore in uno sguardo che pare quasi invocare pietà per un’innocente o, al contrario, lanciare un atto di accusa inascoltato.
Uno spaccato dell’epoca che appartiene alla coscienza femminile sospesa tra amore e peccato con domande che restano aperte: quell’esecuzione fu necessaria e a chi?

Beatrice, figlia del ricco e potente Francesco Cenci, subite le violenze del padre, venne confinata con la matrigna. Insieme a quest’ultima e con l’aiuto dei fratelli, Beatrice congiurò nell’uccisione del padre. L’omicidio fu compiuto nel 1598.
La giovane fu condannata in un processo seguito da tutta la città e la sua decapitazione, che avvenne per decisione papale, fu anch’essa seguita da una gran folla di romani e divenne il simbolo dell’innocenza oppressa.

Guido Reni (Bologna 1575 – Roma 1642)
Giovanissimo Reni frequenta la bottega del pittore manierista Denys Calvaert e, posto l’inevitabile confronto con la produzione dei Carracci, Reni si dimostra più vicino al classicismo di Annibale che non al tono sentimentale e drammatico dell’opera di Ludovico. Probabilmente nel 1601 si trasferisce a Roma dove può ammirare le novità linguistiche della città, compresa arte di Caravaggio. Negli anni seguenti è in relazione con la famiglia Borghese, per i quali compie molte importanti opere tra cui L’Aurora per il casino del palazzo di Scipione Borghese a Montecavallo.
La Strage degli Innocenti, uno dei capolavori, si trova in San Domenico a Bologna (1611), così come l’affresco con la Gloria del santo nella cappella dell’Arca. Tornato stabilmente a Bologna dopo un periodo tra Roma e Ravenna, Reni è a capo di una fiorente bottega, impegnata soprattutto nella produzione di mezze figure sacre e profane ma anche di opere come la Crocifissione dei Cappuccini, le Fatiche di Ercole e infine le due versioni dell’Atalanta e Ippomene. Nel 1621 si reca a Napoli e poi di nuovo a Roma, dove tramite Bernardino Spada è introdotto nell’ambiente francese. Nell’ultimo periodo Reni addolcisce la pennellata e usa un colore più sciolto e morbido, che raggiunge una maniera sottilissima e sfumata.

LUNEDI’ 29 GENNAIO 2007

“T come testa”

Giuditta che taglia la testa a Oloferne
di Michelangelo Merisi da Caravaggio

interviene Maurizio Calvesi

letture teatrali da: Antico Testamento (Giuditta)
con Laura Marinoni

Giuditta che taglia la testa a Olofernre
Giuditta che taglia la testa a Oloferne, olio su tela, 145 x 195 cm

Un uomo decapitato. La mano di Giuditta che ha compiuto l’efferato gesto sembra fredda e gentile.
L’immagine di questa uccisione, colta nel momento del passaggio dalla vita alla morte, assume significati simbolici ambivalenti. Giuditta (“La Giudea” nell’etimologia ebraica) personifica le virtù della fedeltà e della castità ma anche l’astuzia di una comunità. Oloferne incarna il male e l’arrogante orgoglio del potere.
Un dramma in cui si intrecciano realismo fisico e psichico. Una scena che ci introduce in una visione che sembra evocare un moderno thriller.

Giuditta che taglia la testa a Oloferne, la prima opera veramente drammatica della produzione di Caravaggio, è esempio del passaggio dalla sua pittura giovanile a una visione naturalistica.
L’opera esalta il significato morale della virtù ponendo la figura elegante di Giuditta in forte contrasto con la crudezza della sua azione e con la resa realistica dello spasimo di Oloferne, di cui si coglie l’ultimo grido prima di morire.

Michelangelo Merisi da Caravaggio (Caravaggio 1571 – Porto Sant’Ercole 1610)
Chiamato Caravaggio dal nome della cittadina di provenienza, Michelangelo Merisi trascorre il suo apprendistato a Milano presso la bottega del pittore bergamasco Simone Peterzano (1584-1588), dove eredita – attraverso la tradizione dei pittori lombardi del Cinquecento – il naturalismo e l’attenzione al reale. Nel 1592 è a Roma e qualche anno dopo è accolto dal cardinal Francesco Maria Del Monte, suo primo importante mecenate che gli permette di entrare in contatto con le più importanti famiglie romane. Dal 1599 ottiene commissioni pubbliche: la Vocazione e il Martirio di san Matteo nella chiesa di San Luigi dei Francesi prima e poi la Conversione di san Paolo e la Crocifissione di san Pietro in Santa Maria del Popolo (del 1602 è la seconda versione del San Matteo e l’angelo). Spirito inquieto, Caravaggio caratterizza le sue opere con una maniera incisiva per i forti contrasti luministici e l’intensa tensione drammatica; anche la sua vita è attraversata da fatti oscuri, che lo portano alla fuga per sfuggire la giustizia in seguito all’uccisione di un uomo in una rissa. Si rifugia a Napoli e l’anno successivo a Malta, dove esegue l’enorme tela con la Decollazione del Battista, unica opera firmata. Scoperto, riprende la fuga passando per Messina, Palermo e Napoli. Nel 1610, ottenuta la grazia papale, vuole raggiungere Roma, ma muore di febbre sulla spiaggia di Porto Sant’Ercole.

LUNEDI’ 12 FEBBRAIO 2007

“P come padre”


Enea e Anchise di Mattia Preti

interviene Vittorino Andreoli

letture teatrali da: Virgilio; Pascoli; Freud
con Ugo Pagliai

Enea e Anchise di Mattia Preti
Enea e Anchise, tela, 86 x 153 cm

L’immagine del “pius Aeneas” è emblema del profondo legame tra padre e figlio, esempio di devozione e rispetto. Nel bene e nel male.
La vicenda di Enea si muove in una duplice direzione: non soltanto della fuga ma anche della speranza in una Storia che richiede la più pura solidarietà tra le generazioni. Dove tramandare il passato e costruire il futuro sono valori primari.
Immortalata da Virgilio nell’Eneide questa figura d’eroe torna a nuova rinascenza nella forma del poema epico-cavalleresco di Ariosto e Tasso.

È quest’opera una delle tele più riuscite dell’opera del giovane Mattia Preti per la sua volontà di allontanarsi dai modelli delle scene di genere, con luci artificiali, per rapportarsi invece alla pittura di storia e all’uso di una gamma cromatica brillante. Il soggetto rappresenta la fuga dell’eroe troiano, che reca sulle spalle il vecchio padre e porta con sé il figlio Ascanio, iniziando il viaggio che lo condurrà ai lidi laziali, anticipazione della fondazione di Roma.

Mattia Preti (Taverna 1613 – La Valletta 1699)

Giunto dalla provincia di Catanzaro a Roma agli inizi degli anni ‘30 del Seicento, Mattia Preti detto il Cavalier Calabrese entra in contatto con la pittura di Caravaggio e dei caravaggisti. La sua formazione è ricca di altre fonti quasi sicuramente incontrate durante viaggi in Italia settentrionale, dove si accosta alla pittura emiliana dei Carracci, di Lanfranco, del Guercino e alla pittura veneta del Veronese. Alla fase romana della sua attività appartengono gli affreschi in S. Giovanni Calibita e quelli nell’abside di S. Andrea della Valle; nel 1652 eseguì l’affresco in San Carlo ai Catinari rappresentante L’elemosina di San Carlo.
L’anno successivo Preti è a Napoli dove esegue grandi serie di affreschi e numerose pale d’altare diventando personalità di spicco nella città. Tra il 1657 e il 1659 compie gli affreschi votivi per la peste sulle porte della città, il ciclo delle Storie della vita di San Pietro Celestino e Santa Caterina d’Alessandria, le due redazioni del Figliuol prodigo, il San Sebastiano per la chiesa di S. Maria dei Sette Dolori e la Madonna di Costantinopoli nella chiesa di San’Agostino agli Scalzi.
Nel 1661 Mattia Preti si stabilisce a Malta dove diventa pittore ufficiale dei Cavalieri dell’Ordine, qui dipinge la decorazione della cattedrale di S. Giovanni con Storie del Battista e numerose altre tele. Muore nel 1699 a La Valletta.

LUNEDI’ 5 MARZO 2007

“R come religioni”

David con la testa di Golia di Gian Lorenzo Bernini

letture teatrali da: Antico Testamento (Samuele)
con Emanuele Carucci Viterbi

David con la testa di Golia di Gian Lorenzo Bernini
David con la testa di Golia, olio su tela, 75 x 65,5 cm

Un’interpretazione possibile dell’iconografia proietta in questa lotta impari lo scontro tra umiltà e superbia.
Un giovane pastore sfida un guerriero gigante. Lo colpisce con il lancio di un ciottolo alla fronte. Poi lo finisce con la spada e si allontana con la sua fionda in mano.
Una città è finalmente libera. Intorno a lui ora molti cuori esultano.
Dunque il debole Davide abbatte il forte Golia, ma non è questa la sfida più importante. Non tutto è avvenuto in questa cornice… Forse è necessario scavare più in profondità nelle pieghe di questo racconto.

Questa tela, proveniente dalla collezione della famiglia Chigi, è stata a lungo considerata un autoritratto dell’artista più famoso del Barocco romano.
In Bernini la scelta iconografica è ricorrente e si può rapportare a Urbano VIII, committente tra i più importanti della lunga carriera dell’artista.
Qui Bernini coglie con pennellate veloci, evidenti e con tocchi luminosi, lo sguardo del giovane David.

Gian Lorenzo Bernini (Napoli 1598 – Roma 1680)
La lunga vita di Gian Lorenzo Bernini è attraversata da straordinari successi. Egli compie i primi lavori in collaborazione con il padre Pietro, famoso scultore. Intorno al 1618 l’artista è fortemente attirato dallo studio delle espressioni e dei riflessi emotivi; con il gruppo scultoreo rappresentante Anchise, Enea e il figlio Ascanio, apre una serie di opere importanti della Galleria Borghese, tra cui i famosissimi David e Apollo e Dafne, opere in cui si avverte la cura e la sensazione del movimento nello spazio. Artista di molti papi, esegue per Papa Urbano VIII il Baldacchino di San Pietro (dal 1624 al 1633). Tra il 1628 e il 1647 realizza sempre in San Pietro la Tomba di Urbano VIII e contemporaneamente i busti di Scipione Borghese e di Costanza Piccolomini Bonarelli. Del 1644 è la Fontana dei Quattro Fiumi a Piazza Navona a Roma (commissionata da Papa Innocenzo X Pamphilj); poco compie anche l’Estasi di Santa Teresa nella cappella Cornaro in Santa Maria della Vittoria. Durante il pontificato di Alessandro VII Chigi, Bernini sistema la zona dell’abside in San Pietro. Nel 1665 si reca in Francia, dove esegue il busto di Luigi XIV; una volta tornato in Italia realizza il monumento al centro di piazza della Minerva e la sistemazione del ponte davanti Castel Sant’Angelo. Nel 1669, sotto il pontificato di Papa Clemente X Altieri, si inaugura la Scala Regia ai piedi della quale si pose la statua di Costantino, nella quale l’artista rappresenta l’imperatore nel momento in cui ha la visione della Croce. Bernini realizza in seguito altre straordinarie opere, tra cui il monumento alla Beata Ludovica Albertoni, in cui sottolinea l’impressione dell’interiorità e della passione. Muore nella città eterna nel 1680.

LUNEDI’ 7 MAGGIO 2007

“M come morte”

Et in Arcadia ego di Francesco Barbieri detto il Guercino

interviene Piero Coda

letture teatrali da: Teocrito; Virgilio; Leopardi
con Valentina Chico

Et in Arcadia ego di Francesco Barbieri detto il Guercino
Et in Arcadia ego, olio su tela, 82 x 91 cm

La morte esiste (perfino) in Arcadia? In altri termini “Io vissi in Arcadia”?
La domanda provoca controverse posizioni di natura teologica, filosofica, letteraria.
E il titolo dell’opera contiene un’ambiguità che ci costringe a pensare.
Questo teschio nomina e porta all’esistenza non la morte ma la vita. Allegoria di un avvertimento: gli uomini sono mortali. Passano tutta la vita su di un confine il cui trapassare potrebbe rivelarci eventi inaspettati. Quale relazione tra il sacro e il profano a partire dal rapporto tra vita e morte?

Il memento mori in ambito pastorale è iconografia diffusa nel contesto veneziano e romano nel periodo rinascimentale ed è di derivazione letteraria virgiliana.
Guercino è il primo artista a inscrivere esplicitamente il tema morale sulla tela, che forse aggiunse in seguito insieme al teschio e al moscone, per svincolarla da altre sue composizioni più di genere che vedevano protagonisti i pastori.

Francesco Barbieri detto il Guercino (Cento 1591 – Bologna 1666)
Dopo un breve periodo di formazione nella bottega di un pittore locale, verso il 1600 Guercino arriva a Bologna presso il quadraturista Paolo Zagnoni e qualche anno dopo diventa assistente di Benedetto Gennari. Il canonico Antonio Mirandola gli assicura alcune commissioni nella città natale, come l’esecuzione del Trionfo di tutti i santi (1613), casa Provenzale e casa Pannini. Nel 1616 il Guercino fonda la prima “Accademia di nudo” di Cento, nella quale il maestro insegna a disegnare il modello dal vivo. Nel 1617-1618 lavora a Bologna, poi si reca a Venezia e Ferrara; le sue composizioni diventano più dinamiche e monumentali. Nel 1621 si trasferisce a Roma, dove affresca alcuni ambienti del casino del cardinale Ludovisi con l’Aurora e la Fama; lavora anche per il cardinale Scipione Borghese e a San Pietro esegue la colossale Sepoltura e assunzione di santa Petronilla. Con la morte di Gregorio XV e la conseguente perdita del suo protettore e mecenate, Guercino torna a Cento dove dirige una fiorente bottega con una clientela internazionale, con una parentesi a Piacenza (1626-1627), dove porta a termine la decorazione della cupola del duomo. Appena dopo la morte di Guido Reni, nel 1642, sposta la sua attività a Bologna dove muore alla fine del 1666.

LUNEDI’ 11 GIUGNO 2007

“A come ascolto”

Venere che suona l’arpa (La Musica) di Giovanni Lanfranco

interviene Quirino Principe

letture teatrali da: Platone; Agostino d’Ippona
con Ottavia Piccolo

Venere che suona l’arpa (La Musica) di Giovanni LanfrancoVenere che suona l’arpa (La Musica) di Giovanni Lanfranco
Venere che suona l’arpa (la Musica), olio su tela, 214 x 150 cm

Guardare ascoltando. Non è uno slogan ma la via per accostare l’arte con un gioco in cui i sensi si contendono l’accesso alla conoscenza.
Dove il mito raduna intorno a noi suoni antichi e rumori nuovi.
E la musica potrebbe essere anche pericolosa seduttrice, potere scabroso ma di cui abbiamo ancora bisogno per affrontare gloria e penitenza, dolore e desiderio.

Lanfranco dipinse questa straordinaria e enorme tela per l’amico musicista Marco Marazzuoli, arpista del circolo della famiglia Barberini. L’opera, che alla morte dell’arpista fu lasciata in eredità al cardinale Antonio Barberini, intende esaltare il clima culturale di confronto tra i diversi generi artistici ma con particolare attenzione alla rappresentazione degli affetti, del sentimento amoroso, della bellezza incarnata.

Giovanni Lanfranco (Parma 1582 – Roma 1647)
Nato in una agiata famiglia di artigiani, Lanfranco si trasferisce nel 1602 a Piacenza dove è occupato per un breve apprendistato con Agostino Carracci. Alla morte del maestro bolognese, nello stesso anno, lascia il Ducato per raggiungere Roma dove si avvicina ad Annibale Carracci, al lavoro nella grande impresa mitologica e classicista della Galleria di Palazzo Farnese. Nonostante Lanfranco si stia rendendo autonomo, egli non è pienamente sicuro delle proprie possibilità di successo nel complesso mondo romano, ragione per cui alla morte di Annibale Lanfranco torna nel Ducato. Qui inizia la rilettura e rivisitazione delle fonti stilistiche e artistiche emiliane (Correggio, i Carracci, Reni), ma anche di ricerca di protezioni importanti e di commissioni locali. Negli anni seguenti Lanfranco diventa uno dei massimi protagonisti del trionfo del linguaggio barocco nella capitale e, sull’onda della fama, raggiunge a Napoli l’amico rivale Domenichino, che muore nel 1641. Il soggiorno napoletano di Lanfranco – impegnato soprattutto in grandi spazi pubblici delle chiese grazie alle grandi abilità di decoratore di spazi da riempire con affreschi e teleri – dura 12 anni, interrotto da qualche breve intermezzi romani per mantenere i legami con la nobiltà e la committenza. Muore a Roma nel 1647 senza aver potuto completare la decorazione della grande tribuna di San Carlo ai Catinari.

SCHEDA INFORMATIVA:

IL GIOCO SERIO DELL’ARTE, un anno di spettacoli culturali a Palazzo Barberini
IDEAZIONE: Massimiliano Finazzer Flory
SEDE: Palazzo Barberini, Via delle Quattro Fontane, 13
DURATA: 9 ottobre 2006 – 11 giugno 2007
ORARI: lunedì; ore 18.30

PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA AL 392.8159509

INGRESSO GRATUITO

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